Anche a distanza - ora è residente in Grecia - ogni sua vittoria, gesto o parola resta una tessera dell’identità nazionale serba. E per il futuro...
Federica Cocchi
4 febbraio - 13:18 - MILANO
Fa politica giocando o gioca facendo politica? Non c’è poi tanta differenza, Novak Djokovic fa entrambe le cose da sempre. Non da ieri, non da questo Australian Open inseguito, accarezzato e sfuggito sul più bello. Solo che lanciare messaggi politici e patriottici adesso che è residente in Grecia, lontano dalla Madre Patria, assume ancor più valore: anche a distanza, ogni sua vittoria, gesto o parola resta una tessera dell’identità nazionale serba. Ovviamente, il 38enne fresco finalista a Melbourne continuerà a giocare soprattutto per se stesso: per battere i record, per misurarsi con la storia, per centrare questo benedetto 25esimo Slam e per restare ancora il parametro di riferimento in questo sport. Però, se si guarda oltre l’immediato, nell’orizzonte di Djokovic c’è anche un’altra ambizione, un incarico che vale quanto un trofeo: Nole vuole essere, infatti, il portabandiera della Serbia alle Olimpiadi di Los Angeles 2028. Non è un obiettivo banale, ma qualcosa di fortemente simbolico: per lui, dentro quella bandiera sacra, c’è davvero tutto. Le radici, l’orgoglio, la promessa di riscatto di un ragazzo cresciuto negli anni della guerra e che in quei momenti dolorosi ha imparato presto a resistere alle difficoltà della vita.









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